GIBO: STORIA, ARTE E PENSIERO

di Luigi Borgo

Storia
Discendente di un’antica famiglia veneta di maestri del ferro, il cui capostipite, Antonio Lora (1835 – 1922) fu tra gli artisti più attivi e riconosciuti del suo tempo in Europa, Gilberto Angelo Perlotto, in arte Gibo, è tra i massimi esponenti dell’arte fabbrile contemporanea. La sua attività di scultore del ferro ha avuto inizio nei primi anni Ottanta ed è proseguita ininterrottamente fino a oggi con una ricca produzione di opere, esposte in centinaia di mostre in Italia e all’estero.

Arte
Fin dalle prime prove, la critica ha ascritto l’opera di Gibo al canone iperrealista. L’iperrealismo è stato una corrente artistica in voga negli Stati Uniti a cavallo tra gli anni ‘ 60 e ’70, centrata sulla sfida pittura versus fotografia nella rappresentazione oggettiva del reale. Gli artisti iperrealisti volevano dimostrare che l’occhio umano sa cogliere gli stessi particolari dell’obbiettivo fotografico; che l’uomo sa eguagliarsi alla macchina. Anche nella scultura l’iperrealismo ha avuto un certo seguito con riproduzioni accuratissime da “museo delle cere”. Tuttavia l’iperrealismo che Gibo propone è diverso e nuovo: esso non origina da una foto proiettata sulla tela per essere poi dipinta, né da uno sviluppo tridimensionale della foto perché diventi scultura come accadeva nell’iperrealismo americano di quegli anni. Gibo, inoltre, non usa materiali che non siano ferro. Ovvero nelle sculture iperrealiste la sagoma veniva vestita con abiti d’uso comune che la completavano. L’arte ricorreva a ciò che in origine non era arte. In Gibo questo non accade. È sempre il ferro che diventa all’occhio dell’uomo materia altra da sé. L’arte di Gibo è, quindi, propriamente definibile con il termine di “iperrealismo puro”: nessun modello, una sola materia. La scultura nasce da un abbozzo su carta, quindi da un’idea, da un’intuizione dell’artista che ha la forza immaginativa e realizzativa di creare una scultura totalmente in ferro così perfetta da essere confondibile per quel dato oggetto che già conosciamo, di cui, tuttavia, non esiste una copia nella realtà. Il risultato è stupefacente. Unico, in virtù di una tecnica di lavorazione del ferro che non ha simili al mondo. Se, allora, l’opera iperrealista degli anni ‘70 aveva il limite estetico di essere fredda, concettuale e asettica, sterile rappresentazione del reale, tutte le opere di Gibo e del suo “iperrealismo puro” contengono, al contrario, una straordinaria carica emotiva, una vitalità potentissima, che deriva sia da questa sua capacità di pensare, di vedere ex novo l’oggetto da rendere più vero del vero, sia da questa sua sensibilità di sentire, di possedere la materia ferro e di plasmarla come un autentico dio del fuoco. Per tutte queste ragioni le opere di Gibo sono capaci di condurre l’osservatore in una profonda penetrazione e comprensione dell’animo umano.

Pensiero
È stato l’avvento del computer e le sue applicazioni a rimettere in gioco l’arte iperrealista, così come era accaduto, nei primi anni ‘70, quando l’iperrealismo nacque come reazione al diffondersi della fotografia. Gibo è il primo e attualmente ancora il solo scultore del ferro a produrre arte iperrealista pura, riconoscendovi nella sfida ferro versus pixel il linguaggio più penetrante e dirompente per esprimere il proprio libero, critico, artistico, salvifico discorso sul contemporaneo. I temi che propone sono i Libri, le Carèghe, l’Orto, le opere del ciclo della Memoria contadina, i Cavalletti di pittura, le Metal-morfosi, le Crepe, tutti temi-oggetti prodotti dall’uomo faber, figlio di quella civiltà del fuoco da cui siamo venuti e di cui, secondo Gibo, mai, in questa sempre più computerizzata e robotica e in sé seducente e coinvolgente Età della Tecnica, dovremmo dimenticare di appartenere, per continuare a riconoscerci uomini. Uomini prometei, intende, capaci di sfidare ancora il soprannaturale, oggi rappresentato dalla “volontà della rete”, dagli algoritmi che pensano e scelgono per noi. Il suo non è un discorso antimoderno. Tutt’altro. Gibo non evoca temi-oggetti antiquari come fuga dal contemporaneo. Egli ci conduce nel futuro, in questo futuro sempre più virtuale, eternizzando nel ferro forgiato che non conosce fine, la bellezza di quel mondo di valori che è il mondo della terra, della sua idea di uomo, di cultura e di arte. In una definizione, Gibo dal fuoco eternizza la civiltà nata dal fuoco. Così quel futuro già prossimo di bit, byte e web ci vedrà sicuramente tutti uomini più forti.