LA SPLENDIDA OSSESSIONE

di Marco Meneguzzo

Non c’è dubbio che, guardando i lavori di Gibo, non venga in mente la capacità mimetica dell’arte come suo valore intrinseco, nonostante, negli ultimi cento e più anni, questa abilità, questa competenza sia relegata ai margini, sino a definirla dall’arte contemporanea occidentale perfino un “disvalore”, dopo che ha fatto la parte del leone in ciò che è stato definito arte nel corso dei secoli. Tuttavia, quando ci si avvicina al virtuosismo assoluto e delirante non si può non rimanerne affascinati dal risultato operativo stupefacente, e ancor più dal processo mentale e pratico che sta dietro l’intera operazione. Per la verità, l’attimo di stupore di fronte al risultato cede rapidamente il passo al ragionamento sul processo mimetico messo in atto, e ai suoi moventi psicologici, per poi ritornare al soggetto e alle sue possibili narrazioni, ed è così che questo testo procederà.
Vedere una cosa e scoprire che è un’altra crea sempre uno stimolante cortocircuito mentale, perché l’illusione parte sempre da qualcosa di conosciuto che, di fatto, ha sempre la meglio nella memoria e nella nostalgia sul suo simulacro, per quanto straordinariamente simile (esternamente): è la conoscenza pregressa dell’oggetto che è tranquillizzante e ci fa accettare l’artificio con un sorriso e non con paura, perché la “verità” dell’oggetto “vero” riesce a metabolizzare l’elemento perturbante dell’imitazione (solo di fronte a un androide troppo simile all’umano si scatenano tutte le paure ancestrali, per il timore di essere sostituiti, ma finché si sostituisce la natura il primato dell’uma-no non solo è indiscusso, ma addirittura aumentato …).
È questo l’atteggiamento con cui guardiamo l’”orto” di Gibo.
Ma questo è solo il primo sguardo. Subito dopo ci mettiamo nei suoi panni o, meglio, ci mettiamo nei panni di un osservatore, di un assistente inetto e cerchiamo di carpire i segreti di fabbrica. Si entra nei particolari – come avrà fatto… che straordinaria capacità di piegare il metallo… di farlo diventare altro … -, si rinuncia a comprendere e si preferisce considerare il talento, ma non si va – di solito – al nucleo della questione, che è l’ossessione che spinge l’uomo sino ai limiti della malattia creativa.
Possedere e trattare la materia è qualcosa da alchimisti, e infatti la “trasformazione” – che è il cuore dell’alchimia – è anche lo scopo, il fine dell’azione di Gibo, che in questo senso va vista come operazione globale, e non nei suoi aspetti puramente tecnici di lavorazione del ferro. Se non si comprende questo pensiero totale, non si può capire neppure perché certe persone sono in grado di eccellere in ciò che fanno, come ad esempio la lavorazione del ferro. Non è l’abilità tecnica, non è il dettaglio, non è l’invenzione lavorativa, ma sono tutto ciò subordinato a quel desiderio, a quell’urgenza che viene prima di ogni tecnica: è il desiderio spinto sino all’ossessione che crea la competenza tecnica, e non viceversa. Certo, Gibo viene da una famiglia di artisti-fabbri, e questo lo ha favorito, ma senza quell’istinto e quella volontà non sarebbe diventato il migliore. Così, gli si deve il rispetto per chi è riuscito nel suo intento, che è quello di realizzare il proprio “capolavoro”, perché Gibo sa perfettamente che quel che sta licenziando dalla sua antica bottega di artista del ferro – cioè mandando nel mondo – è sempre un “capolavoro”, inteso nel senso etimologico del termine, come qualcosa che è inattaccabile nella sua perfezione… perfezione che solo lui conosce, perché in questo senso è “il maestro”, e tutti noi che guardiamo siamo dilettanti o, al massimo, apprendisti. D’altro canto, anche queste parole, che mi sembra costituiscano un altissimo elogio, mi portano a guardare alla sua opera come al risultato di un rapporto quasi amorevole con la materia, addirittura di simbiosi, ma proprio per questo tanto legato ad essa da non poterla mai negare, e quindi da tener sempre presente in ogni sguardo che vi si getta sopra. A questo punto viene da chiedersi le ragioni della scelta gibiana verso il mimetismo, oggi, che, come dicevamo, non è pratica dell’arte contemporanea. La nostra proposta è di intendere il lavoro di Gibo come una sorta di concettualismo “antiquario”, un voler ritornare a quello stato d’animo, che implica in chi guarda – e soprattutto in chi fa – uno sforzo notevole per ricondurre il proprio modo di vedere a una stagione diversa dalla presente.
È come l’operazione degli Anacronisti di qualche decennio fa, che cercavano di “ritornare al museo”, sapendo perfettamente che questo non sarebbe stato possibile.
Questo, per quanto riguarda l’azione, il processo mentale. Ma non possiamo neppure esimerci dal vedere che Gibo ha fatto un orto, che suggerisce infinite narrazioni, alcune molto suggestive, quali la retorica dell’origine, della buona terra, del tempo andato, che ci aprono a riflessioni spaventosamente penetranti sul nostro controverso presente. Si ha l’impressione che quando Gibo ci mostra la pianta di mais con le radici, o la vite con saette e fili di ferro pendenti stia pensando a un orto autunnale, o persino invernale, su cui rimasto qualche frutto non colto. Al contrario di quando realizza cassette di verdura, qui l’immagine è quella del ritiro, del letargo, del rinchiudersi in attesa di nuova linfa.
È il paesaggio d’inverno, dove la parte sta per il tutto in questa sineddoche che mostra una pianta e ci fa vedere il campo, le nuvole basse, il cielo coperto, e il freddo pungente che smorza i colori: il momento visivamente più brutto dell’orto, concettualmente più importante, perché si prepara la resurrezione.
Quella che ha fatto parlare De Chirico non tanto di “natura morta”, ma di “vita silente”.