L’IPERREALISMO FA USO DEL LINGUAGGIO DEL REALE O È COPIA DEL REALE?

di Paola Cassinelli

Non è possibile guardare le opere di Angelo Gilberto Perlotto, Gibo, senza essere pervasi dall’incontrollabile desiderio di toccarle. Assurdo, quasi blasfemo sfiorare la materia per soddisfare la curiosità che si diffonde, eppure è altrettanto impossibile trattenersi dal contatto perché l’attenta ricerca dell’artista mira a disporre che il risultato della sua opera sia la somma di infiniti elementi, degnamente rappresentanti, per riprodurre, col ferro, una realtà ai limiti del surreale.
Assenza di Muse, Bianco Altrove, Ispirazione sospesa, Oltre l’iride, Sfregio, cinque splendide sculture che dimostrano la volontà di Gibo di produrre opere che oltre a piacere e ad essere comprese immediatamente per l’utilizzo di simboli appartenenti alla cultura che coinvolge il nostro quotidiano, spingono l’osservatore alla riflessione e all’importanza di comunicare e comprendere attraverso l’uso di linguaggi differenti.
Partiamo da Assenza di Muse, improbabile non trovare una relazione visiva con le opere di Giorgio Morandi. Alle spalle del cavalletto su di una alta base sono disposte, in un ordine peculiarmente studiato, due bottiglie, una scatola di latta, un vasetto e una ciottolina contenente un limone: una natura morta ordinatamente predisposta. Di fronte alla base un cavalletto sostiene una tela sulla quale sono riprodotti, con grande precisione, gli oggetti precedentemente descritti con uno sfondo nebuloso e polveroso, che avvalla ulteriormente il riferimento ai dipinti e alle incisioni del grande maestro emiliano. Sotto al dipinto uno straccio sporco si affianca a pennelli e tubetti di colore usati, alcuni abbandonati aperti e gocciolanti, in attesa del ritorno e del riutilizzo da parte dell’artista. Il tutto reso con una magistrale lavorazione del ferro che si presenta con fattezze sottili e impalpabili, e con una rigorosa colorazione, che mette in evidenza scommesse illusorie di ombre e gioca su estremi equilibri di oggetti che portano lo spettatore a dubitare della materia che costituisce l’opera. Nell’attimo in cui ci si sofferma ad analizzare anche il titolo ci si rende conto che Gibo ha voluto offrire al pubblico un’altra opportunità, quella di condurre la mente, e soprattutto la memoria, a un impegno intellettuale al quale non siamo più abituati a causa delle tecnologia dilagante: le Muse di Morandi infatti non sono da ricercare tra i soggetti aulici dell’arte classica, le nove bellissime figlie di Zeus e Mnemosine che rappresentavano l’ideale supremo dell’arte, ma tra le bottiglie colorate e di diverso formato raccolte e abbandonate nello studio, che delineano una scelta di semplicità di contenuti, trasferendo il ruolo di protagonisti alla luce e alla qualità pittorica. Morandi nel suo percorso artistico non ha scelto una musa, come hanno fatto tanti artisti e intellettuali, che lo ispirasse nella realizzazione delle sue opere pittoriche e grafiche, bensì si è accontentato di costruire i suoi soggetti cercando nella confusione del suo studio elementi che lo catturassero per il loro equilibrio, la loro geometria, l’armonia e la simmetria. Tutte queste considerazioni ci vengono trasmesse, dalle opere di Perlotto, con un linguaggio che lega tecnica e teoria dell’arte e mostrano la realtà apparentemente, ma volutamente, anonima che Morandi ha deciso di rappresentare.
Lo stesso procedimento troviamo in Bianco altrove: analogo cavalletto, come nella precedente opere, pennelli larghi, barattolo di similvetro sporco con pennelli sottili, spatole, tubetti di colori sparsi e aperti e il solito straccio macchiato, sono posti sotto una tela tagliata dipinta di rosso, tutto in ferro e colori e un leggero afflato che trasmette vita alla materia. L’opera realizzata ha una inequivocabile relazione con i dipinti di Lucio Fontana, ma il bianco al quale Gibo si riferisce nel suo titolo è anche quello del Manifesto Blanco, il primo testo teorico che decreta la nascita dello Spazialismo, pubblicato nel 1946 a Buenos Aires. Nelle parole di questo manifesto appare evidente, che gli artisti in quegli anni non tendevano verso una corrente stilistica o un’immagine pittorica, bensì verso la ricerca della terza dimensione anche in pittura, e Fontana la ottiene grazie ai suoi tagli e ai suoi crateri che segnano la nascita dello Spazialismo. Perlotto mostra, con semplicità e acume attraverso parafrasi di immagini, la soluzione pittorica di Fontana di ottenere la percezione onnicomprensiva dello spazio inteso come fusione assoluta del tempo, della direzione, del suono e della luce. Gibo diffonde insegnamenti, consigli e cultura all’osservatore che, se vuole comprendete totalmente il suo lavoro e il suo impegno, deve affrontare le problematiche artistiche delle Avanguardie del Novecento che volevano ottenere uno spazio fisico unito a uno concettuale.
Ispirazione sospesa racconta il difficile momento durante il quale interferenze imprevedibili e impercettibili, impediscono all’artista di proseguire nel suo agognato progetto artistico. Tutto pronto, piano di lavoro, barattolo con pennelli, tavolozza, tubetti di colore, straccio, ma il disegno di paesaggio appena abbozzato, che si intravede sulla rigida tela ferrea, è rimasto incompleto, nell’attesa che l’artista ritrovi la sua energia creativa. Anche in questo caso Gibo si sofferma ad analizzare non un’immagine, bensì una situazione intima della psicologia dell’uomo. Gibo riesce ad andare oltre e propone elementi per giungere ad una lettura oggettiva di quella fase di sfiducia e sconforto nella quale l’artista, ma anche l’uomo nel suo quotidiano, può improvvisamente ritrovarsi, quando, chiuso nell’isolamento e nella solitudine, nonostante la serietà nel reperimento dei dati reali del suo mondo, non riesce a riconquistare quell’effimera, essenziale e rigorosa idea.
Sfregio, altro dubbio amletico, è il telaio che Gibo mi invia perché possa parlare di questa opera d’arte. Cosa vuole raccontare ancora Perlotto? Che l’arte è anche questo? Che critici hanno speso fiumi di parole nello spiegare al pubblico un telaio vuoto? Che concettualmente c’è un grande valore, ma esteticamente è il nulla? Ma non ci è stato insegnato che l’arte è una complessa composizioni di elementi? Dal telaio la tela è stata rimossa, strappata, distrutta da sconosciute cause, forse da calamità naturali, oppure è l’artista che richiede questa precisa istallazione? Siamo di fronte ad un’opera d’arte Minimalista, come per esempio le tele bianche di Robert Ryman esposte nei più importanti musei del mondo, o si tratta solo di un fortuito ritrovamento nella cantina del nonno? Molte domande e infinite risposte, Gibo ci lascia liberi di leggere il suo lavoro con la nostra fantasia e di perderci tra le sue rigide strutture che ci accolgono morbidamente, consapevoli che ci stanno chiedendo di riflettere.
Gibo insegna la storia dell’arte per immagini mescolando concetti, materia e tecnica, ci costringe a ragionare e valutare, ci trascina in un vortice artistico dove l’imitazione costituisce l’ultimo degli elementi caratterizzanti della sua opera, ci mette alla prova e aspetta per vedere quale livello possiamo raggiungere: guardare le sue sculture è come entrare in un labirinto e cercare di uscirne risolvendo un rebus.
La stessa sensazione si avverte varcando la soglia del suo studio/ laboratorio.
La prima volta che sono andata a Trissino e sono entrata nello studio di Perlotto, mi sono sentita infatti esaminata, ho capito che se non avessi intuito la sua “ la poetica”, sarei uscita da quel fantastico luogo, dove tutto era verosimile, senza prestiti per la mia mostra. Guardavo senza parlare perché era tangibile la voglia dell’artista di capire chi aveva davanti. Era vero che mi ero fatta molti chilometri per vedere le sue opere originali, però potevo anche essere solo una curiosa. Tacevo e toccavo, chiedendo il permesso, ma soprattutto mi domandavo quale di tutte quelle fantastiche situazioni che mi circondavano mi affascinasse maggiormente. La cassetta con la verdura, i libri, la scala, la giacca, i canestri, le scarpe: tutto era coperto e ogni pezzo veniva svelato con tempi prestabiliti, uno alla volta con delle pause che permettevano alla vista e alla mente di fondersi e di godere tacitamente delle emozioni che scaturivano dalla visione di ogni singola opera. Era fantastico camminare tra le sculture che recuperano la tradizione di tutta l’arte antica e moderna, con un realismo di impressionante fedeltà fotografica, ma anche con forme che rimandavano alle più ancestrali soluzioni astratte.
Si respirava arte pura in quello studio.
Ciò che a prima vista si poteva intuire era la magia mutuata dalla tecnica, dalla materia, della cromia compatta e della ricerca della luce: stavo vivendo e sperimentando l’illusione della realtà.
La perizia raggiunta nella tecnica fabbrile era certamente il segnale di un lunghissimo apprendistato familiare durante il quale Gibo aveva potuto carpire segreti che soltanto le botteghe di lunga tradizione e di grandi competenze e abilità possono tramandare. La presenza silente del padre Germano, mancato nel 1991, era tangibile e sicuramente predominante rispetto all’infinito bagaglio di ricordi, di parole, di incontri, che ancora aleggiavano indisturbati tra i fasci di luce che, entrando dalle grandi finestre, creavano un’atmosfera metafisica. E proprio dall’opera Oltre l’iride, oltre l’arcobaleno coloristico e luministico che scaturisce dalle opere di Gibo, che si scopre il grosso bagaglio culturale dell’artista, fatto di conoscenze approfondite, di ricerca e sperimentazione continua. I due volumi consunti dall’utilizzo, con una matita sopra, appoggiati sulla tavola con pennelli, tubetti di colore, tavolozza e straccio, rappresentano un mondo fatto non solo di tecnica, ma di consapevolezza, di padronanza, di istruzione, di esperienza, di rispetto e di umiltà.
Gibo ci porta a comprendere che le sue opere non possono essere apprezzate solo per la loro incredibile riconoscibilità e fattura, ma devono essere svelate con pazienza, lette con attenzione, acquisite con cultura e soprattutto scoperte per quel linguaggio del reale rivolto a chi ha veramente voglia di ascoltare anche con gli occhi.